Il liceo di Magliano è dedicato a Mario Tagliacozzo

tagliacozzoPer chi non conoscesse Mario Tagliacozzo “Il giorno della memoria 2015” offre l’occasione per parlare di uno dei molti ebrei che, nel periodo delle leggi razziali promulgate dal fascismo, fu costretto a fuggire da Roma per non essere catturato e deportato nei lager nazisti insieme alla sua famiglia.

Mario Tagliacozzo fugge da Roma nel settembre 1944. Dopo un breve soggiorno ad Ancona presso alcuni parenti, arriva a Magliano. Qui rimane fino a gennaio 1944, nascosto presso la “Pensione Marietta” in via Cavour 10.

Durante il suo soggiorno Mario Tagliacozzo e i suoi famigliari vengono protetti da alcune famiglie maglianesi, che sono ricordate in una targa affissa nella Biblioteca comunale, dove si ha la possibilità di chiedere in prestito il diario di Tagliacozzo Metà della vita. Il libro racconta le vicende della sua fuga fino al suo ritorno a Roma. In particolare il diario permette di avere a disposizione una testimonianza preziosa della Magliano di quel periodo storico.

 

Per interessamento della Amministrazione comunale e con il contributo dei figli di Mario Tagliacozzo, Guido e Franca, il liceo scientifico dell’Istituto Omnicomprensivo “S. Pertini” di Magliano è stato intitolato a lui.

 

Dopo la guerra, gli scampati all’Olocausto

si sono accorti che quella che vivevano

non era più una vita come prima.

Con l’esperienza che avevano fatto,

se n’era andata in pochi anni metà della vita.

 

Grazie alla commemorazione del giorno in cui si celebrano i 70 anni dello sterminio di milioni di uomini, donne e bambini, si porta alla luce il supremo valore della vita, perdendolo non abbiamo più futuro. Purtroppo ancora oggi assistiamo alla sua svalutazione.

 

A titolo di documentazione si riporta il contenuto della presentazione del libro:

 

“Metà della vita” di Mario Tagliacozzo

Teatro Manlio

 

Presentazione del libro: Magliano Sabina 13 febbraio 1999

 

Era già da tempo che mi chiedevo se mai “qualcuno” avesse parlato di Magliano nei suoi diari. Conoscevo già da tempo l’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve San­to Stefano, dove, a settembre dello scor­so anno, consultando con mia moglie i cataloghi, pro­prio lei mi ha fatto notare che in un diario si parlava di Magliano. Ho chiesto di poterlo esaminare ed ho subito cominciato a sfogliare il dattiloscritto: get­tan­do lo sguar­do qua e là, con una cer­ta sorpresa, trovavo descrizioni di paesaggi a me noti e di lo­calità a me tan­to familiari, leggevo i nomi di persone conosciute tanto tempo fa, addirittura di alcune amiche e ancora viventi.

Immediatamente ed inopportunamente, come poi mi sono accorto, ho chiesto una fotocopia, non sapendo ancora che quel diario aveva vinto il Premio “Pieve-Ban­ca Toscana” nel 1997 e, quindi, era stato pubblicato dall’editore Baldini&­Ca­stol­di.

 

Quando ho preso in mano il libro “Metà della vita” di Mario Tagliacozzo, confesso di aver “divorato” le prime pagine su Magliano tralasciando l’inizio. Ma appena dopo qualche pagina, mi sono reso conto che c’era “qualcosa” in quel libro che andava oltre l’interesse locale: mi trovavo alla presenza di una testimonianza rilevante. Allora ho cambiato programma: ho tralasciato le pagine su Ma­gliano e ho ripreso a leggere il libro dalla prima pagina. Non sarò io a rimarcare il valore letterario ed umano del diario di Mario Tagliacozzo, altri, meglio di me, hanno già messo in rilievo i pregi.

Successivamente, per lo scopo che mi ero prefissato, ho incentrato la mia attenzione sulla parte che riguardava Magliano: analizzandola, mi sono reso conto dei contenuti e del modo con il quale l’au­tore è riuscito a restituirci lo sfondo sto­rico della Magliano del­l’epoca.

 

Cercherò, in sintesi, di riprendere i fatti salienti. Mario Tagliacozzo trascorse a Magliano con la sua famiglia circa quat­tro mesi dal 18 settembre 1943 al 23 gennaio 1944. L’autore con il figlio Roberto giunge a Magliano a piedi dalla stazione ferroviaria, dove la sua famiglia aveva pernottato. E’ mattina presto e scopre Ma­gliano “sulla cima di un colle”, e scrive “… ora splende il sole che pone sotto una luce diversa le preoccupazioni e i timori”. Quelle preoccupazioni e quei timori che, anche durante la sua breve permanenza a Magliano, saranno all’ordine di tutti i giorni, attenuati ed alleviati da momenti di tranquillità, come lo stesso autore conferma, quasi alla fine del libro, quando ricorda la visita del sig. Sarti: “… è venuto il sig. Sarti, al quale dobbiamo la tranquillità dei mesi trascorsi a Magliano”. Fra tante vicissitudini tristi e, a volte, angosciose riferite nel diario, la sua presenza a Magliano si contorna di una luce diversa rispetto ai turbamenti e alle ansie presenti e così bene espresse nel libro.

Con ogni probabilità tutto questo si deve all’umanità delle persone, che Mario Ta­gliacozzo ebbe la fortuna di incontrare e frequentare a Magliano, prima fra tutte Marietta Cifoletti, che lo accoglie nella sua pensione. E fa di tutto, aiutata da Agnese Mattiazzo e da Ersilia (?), per rendere l’ambiente sereno: con qualche peripezia riesce a sistemare tutta famiglia nella sua pensione, prepara pranzi molto apprezzati e, per rendere la vita meno difficile, Marietta organizza partite a carte con la signorina Mai, capoufficio del­la posta, con la signora Gina Abbondanza e con due signorine del telegrafo. Marietta offre una discreta protezione, quando, di continuo, le vengono a chiedere alloggio i militari tedeschi, ma soprattutto man­­tenendo segreta la loro identità (tanto che da un’indagine si riscontra che qua­si nessun maglianese ricorda i Tagliacozzo, se non coloro con i quali ebbero frequenti contatti).

Come egli racconta nel suo diario, a dare sostegno e calore alla sua condizione di rifugiato ebreo, insieme a Marietta, furono la famiglia del dottor Lorenzo Barbati (cita la qui presente Laura Barbati, che giocava con i figli, avendo più o meno la stessa età) e le famiglie Apolloni-Ghetti, soprattutto quella dell’architetto Bruno, che aveva sposato Teresa Paoletti, sorella del dottor Vincenzo Paolet­ti. E poi, nell’ultimo mese di permanenza a Magliano, l’interessamento avuto da parte di don Guido, del quale scrive: “Don Guido è stato sempre così caro, così affettuoso, così premuroso, così comprensivo che mi commuove la sua ultima visita. Non si è comportato con noi come un nuovo amico, ma come un amico di vecchia data ed ha preso parte in questo mese a tutte le nostre pene, procurando di aiutarci e consigliarci in quanto possibile”. Ma anche il “… molinaro che viene qui a cena: è un simpaticone, discorre animatamente ed ha finito per divagarci e per risollevarci il morale” (non so se sia Carlo Dormi, detto Zizza), e il signor Riccardo Severini, che abitava a Magliano, ed era amico del padre.

I rapporti umani, che Mario Tagliacozzo e la sua famiglia stabilirono con la Magliano dell’epoca, così bene impressi nel diario, si connettono con altri aspetti della vita maglianese di quel periodo. Egli, infatti, tocca e fa riemergere particolari, che inquadrano luoghi, paesaggi, situazioni, comportamenti, a volte venati di tristezza, a volte con sottile ironia, spesso tessuti di timori e di preoccupazioni, ma sempre espressi e disegnati con distacco ed eleganza.

Del paese si fa subito quest’idea: “La prima impressione è buona. Le case hanno l’aspetto pulito e qualcuna è nuova… “. E ne coglie alcuni particolari ambientali, come quando riferisce che il paese è assai tranquillo la sera, tanto che, appena buio, per ordine del coprifuoco, non gira anima viva (anche se poi precisa che in paese il coprifuoco “era stato rispettato sempre assai poco”); poi durante la notte gli fa effetto sentire voci che parlano in tedesco, e aggiunge che “la mattina è un’altra cosa perché si svegliano tutti presto e chiassosamente”. Riferisce che c’erano file al consorzio agrario (oggi negozio Taizzani, sotto le finestre della Pensione Marietta) perché distribuivano tutto quello che avevano in deposito e non lo volevano far cadere in mano dei tedeschi, e file anche dal calzolaio (Benvenuto Frale). E così rileva i rumori della strada sotto la finestra della camera dove dorme: il canto di qualche gallo e il raglio di qualche somaro. Per completare il quadro scrive: “La piccola Franca si è divertita a vedere i numerosi animali che circolano per il paese: buoi, mucche, cavalli, muli, asini, galline, pulcini, oche, anitre e piccioni.

Qualche tempo dopo però si accorge che il traffico nel paese è divenuto assai più intenso per il continuo passaggio di macchine militari italiane e tedesche. Infatti, vede sempre più spesso soldati germanici, specie da quando una parte di quelli del Giglio si era accasermata nell’edificio scolastico. Vede girare per il paese uomini in borghese con elmetto, moschetto, cartucciera ed un bracciale bianco, rosso e verde, che sembra vadano alla ricerca dei richiamati alle armi, “ma qui gli uomini, e specie i giovani, sono tutti in campagna e alla macchia”, precisa.

Accenna a qualche raduno fascista e comprende subito che il conte Cencelli è un’autorità del paese.

Le continue passeggiate, che compie spesso con i figli a Francellini, agli Angeli, al canneto sotto Bonamici, al Giglio, gli fanno scoprire la campagna maglianese, di cui si innamora. Per tutte vale la magistrale descrizione del panorama, che si gode dalla Mura castello: “I nostri occhi cominciano a prendere confidenza con il panorama…”, ma non si accontenta di descrivere quello che vede, cattura anche i rumori che vengono dalla valle del Tevere: “… il fischio del treno”, e sa distinguere i treni che vengono da Roma, perché, passando sul “Ponte di Ferro”, producono un rumore diverso, da quelli che provengono da Orte. Dice di vedere aerei in cielo, ma anche quelli che controllano le rive del Tevere, che li osserva guardando in basso.

Proprio dalle Mura Castello ha l’opportunità di assistere ai vari duelli fra aerei sopra i cieli di Magliano, e puntualizza che i Maglianesi affacciati sul panorama, sulle prime curiosi e interessati, assistevano allo spettacolo, ma poi impauriti per le schegge che incominciavano a colpire le case e gli edifici, non si fecero più vivi. Si può dire che fa un elenco dettagliato di aerei abbattuti (uno cade vicino a Ponte Felice, un altro agli Angeli), di paracadutisti che scendono, di illuminazioni dovute ai bombardamenti alla stazione di Orte, dietro i Cimini e dietro al Soratte, che lui può vedere di notte, quasi come uno spettacolo pirotecnico, an­che dalle finestre della Pensione Marietta.

Ad un certo punto scrive: “I discorsi relativi alla campagna ci interessano: questo è il paese dell’abbondanza. Prima abbiamo visto portar su il granturco, poi abbiamo assistito alla vendemmia, che è stata anticipata per tema di perdere il raccolto nel caso di un avvicinarsi della guerra. Ora si parla di olive e di animali: ogni giorno si macella e la carne è abbondantissima perché si temono requisizioni o furti e tutti si affrettano ad ammazzare le bestie”. Soggiunge anche “… Franca si interessa assai alla campagna, alle lumache e a tante altre cose, nuove per lei”.

Solo qualche tempo dopo dovrà ricredersi. Nota, infatti, nel suo diario che il fenomeno della borsa nera si era diffuso anche a Magliano. E scrive: “Quando sia­mo giunti in paese… la campagna ricca dava abbondanza. Poi a poco a poco, gli sfollati prima, e i cittadini che vengono su per comperare, hanno fatto salire i prezzi”. Riferisce che non si trovano sigarette e, se si trovano, costano: una scatola di fiammiferi 4-5 lire, un pacchetto di 20 sigarette 40-50 lire”.

Registra che nei “negozietti” di Magliano non si trova nulla: neppure i giornali. “I giornali sono un mito e una “Domenica del corriere” che giunge è vecchia di ben 15 giorni”. Le notizie gli arrivano soltanto attraverso radio Roma e radio Londra.

Ma anche da “Radio Magliano”, come suo figlio Guido definisce scherzosamen­te le chiacchiere di paese. “Qui in paese sono sempre più che mai allarmisti e mettono sempre in giro una quantità di voci, che per lo più risultano poi infondate”. Più oltre le chiama solo “fandonie”, che egli, qualche volta, raccoglie anche dal barbiere (forse si tratta di Eurialo Mola, che aveva il negozio dove ora c’è il tabaccaio in Piazza Garibaldi, e che vendeva pure i giornali). A rendere ancora più difficile la vita c’è anche il fatto che non si può telefonare perché proibito, la posta giunge di rado e il paese è isolato perché la corriera non funziona più. E sono guai, perché i contatti con Roma si fanno sempre più infrequenti e le peripezie per raggiungerla da parte di Nannina, la domestica dei Tagliacozzo, so­no frequentissime.

Ogni volta che Orte o Terni subivano bombardamenti, e questo avveniva assai spesso, la corrente elettrica mancava, ed allora bisognava ricorrere alle “ascendilene” (così ben scritto in dialetto), e non era facile trovare fiammiferi, candele, petrolio. A proposito Ta­gliacozzo racconta l’episodio del fine anno 1943, quando la famiglia insieme ai Barbati fu ospitata in casa Apolloni-Ghetti (Palazzo Paoletti a San Giovenale), e prese fuoco l’acetilene, e rileva le discussioni che questa provocava, allorquando la fiammella doveva essere regolata: “Poco carburo, troppa acqua”, e così via.

Ho scelto, per concludere questa sintesi, due argomenti, che danno la misura dell’attenzione e dell’acutezza dell’au­tore nel cogliere alcuni aspetti delle tradizioni locali. Pur fra preoccupazioni, timori ed ansie, rischiarate da momenti di rara serenità, Mario Ta­glia­cozzo riesce a trattare, con deliziosa ironia, due argomenti per così dire futili: l’elogio del “pre­te” e il rito della mattazione del maiale. Incominciamo con il “prete”, che nulla a che a vedere con don Guido. Infatti si tratta “di un aggeggio paesano” di legno (come l’autore lo definisce), a forma di cavalletto che rialza le coperte raccogliendo all’interno uno scaldino con la brace rovente, di modo che, quando uno si corica, trova le lenzuola calde. Dice che quando il freddo e l’umidità impedivano di scaldarsi, si metteva il “prete”: una sensazione indimen­ticabile che esprime con queste parole: “Non appena entrato nel letto, un senso di benessere e di tepore, un senso di pace e di riposo” ti coinvolge: non più il brivido al contatto delle lenzuola gelide.

Ma ancora più curiosa è l’ambientazione che rievoca per la mattazione dei maiali. L’autore sembra quasi scusarsi per aver trattato questo argomento, ma l’ha così bene centrato che, come lui non poté farne a meno, anche noi gli dobbiamo una qualche attenzione. Osserva che il maiale “E’ un argomento troppo importante per il paese”. Scopre che a Magliano tutti avevano un maiale. Sin dai primi giorni sentiva sempre dire: “Agnese è andata dal maiale”, “Bisogna pensare al maiale”. Ma la meraviglia che lo sorprende di più è che a Magliano i maiali avevano un quartiere apposito. Esattamente si tratta delle stallette (buchi ricavati nella roccia) che ancora esistono, vuote, che si trovano alle Mura Senesi e sotto Porta Santa Croce. E con fine ironia aggiunge che le stallette, dove alloggiano numerosi maiali, si trovano anche sovrapposte, una specie di grattacielo a tre piani: “Il mio maiale è al primo piano”, “Il mio al secondo”, “Il mio sta al terzo”. E prende lo spunto per dimostrare “quanto onesti fossero i maglianesi”, per il fatto che queste bestie non erano neppure chiuse a chiave”. Ancor più si concentra nel descrivere la mattazione dei maiali, alla quale lui non vuole assistere, ma la racconta usando le voci e i rumori che provengono dal vicinato: “Ulderica (Bertini) oggi non c’è, perché ammazza il maiale”, attraverso i lamenti e i pianti disperati dei maiali portati alla morte e il loro urlo disperato dell’ultimo istante. Non mi attarderò sulla deliziosa elencazione della spezzatura dell’animale e dei prodotti ricavati, vi posso solo invitare a leggere il brano e, per chi l’ha già letto, a leggerlo di nuovo.

La parentesi scherzosa non può farci dimenticare altre vicissitudini. Col passar del tempo l’impossibilità di restare nella Pensione Marietta per il pericolo di essere scoperti, porta Mario Tagliacozzo, che nel frattempo aveva cambiato nome e si chiamava Mario Leonardi, a cercare una soluzione diversa. Insieme all’architetto Bruno Apolloni-Ghetti e a don Guido Trombetta, che non lo avevano mai abbandonato, compie diversi tentativi per trovare un rifugio più sicuro a Magliano o nei dintorni: al Convento della Madonna del­le Grazie, do­ve c’erano i padri Messicani, al Convento delle suore a Calvi dell’Umbria, a Santa Maria Maddalena, dove c’era una succursale del Seminario, al Convento delle Clarisse, ma furono tutti scartati per vari motivi. Infine la decisione di partire da Magliano: prima ferma il carro di Massimino (forse Alessandri), poi affitta quello di Renato Bracci per raggiungere, con tutta la sua famiglia, Civita Castellana e prendere il treno della Roma-Nord. Le vicende, dopo il ritorno a Roma, aprono un altro capitolo delle sue angosce e quelle della sua famiglia.

Mi permetto di concludere con una citazione dello storico Franco Cardini, che scrive: “La vera dinamica è il futuro che influisce sul passato. Nel senso che se si decide di non parlare del passato, il passato non esiste”.

Per questo noi oggi ne abbiamo voluto parlare.