Il Seicento maglianese, un secolo catastrofico

Non si comprende perché mai agli inizi del 1600 una furia demolitrice si impadronì dei maglianesi, che presero ad abbattere le torri antiche per tirar su nuovi edifici. Una reazione al fatto di dover perdere il porto, causa la costruzione di Ponte Felice, e con esso la vera fonte di ricchezza? L’urgenza di investire sul mattone prevedendo oscuri tempi di miseria? In fondo l’intuito doveva dar loro ragione.

Il porto sul Tevere e la gabella del “passo” in barca sul fiume cessarono. Il Tevere, fatto uscire dal suo alveo naturale per imboccarlo sotto Ponte Felice, andava a mangiare la terra dei maglianesi. Questi si videro letteralmente franare sotto i loro piedi le antiche fortune. Né trassero grandi profitti dallo scavo del terzo letto per domare il fiume, vanto di Urbano VIII, che ha lasciato anche la “memoria” in mezzo alla valle.

Si è nel 1618. Il Comune aveva ceduto il Palazzo dei Priori per avere il Seminario, ma non poteva elargirgli i supplementari 100 scudi annui promessi. La grande carestia del 1621-22 non risparmiò la comunità maglianese. Per paradosso il cardinale Odoardo Farnese spende una somma ingente di scudi per far pavimentare le strade di Magliano con mattoni a coltello. Ciò non sbarrò il passo alla miseria, né bastò, per risollevare le sorti di Magliano, l’istituzione del suffraganeo nel 1632, voluta dal cardinale Scipione Caffarelli Borghese (1629-1633), per gestire in loco gli affari della diocesi, ma il suffraganeo si fece vedere ben poco a Magliano.

La situazione peggiorò ancor più nel 1642 quando il Consiglio della città “per i presenti rumori di guerra intende riunire le muraglie” e deve provvedersi di polvere da sparo e piombo per una spesa di 200 scudi. Era in vista l’esercito di Odoardo Farnese che, nell’autunno del 1642 muove alla riconquista del Ducato di Castro, ritornato alla Chiesa. La funzione di Magliano come roccaforte strategicamente importante per ostacolare il passaggio ai nemici della Papa e del Comune di Roma, cui era soggetto. Per modo di dire, in quanto papi, cardinali, il clero, controllano il potere religioso e civile, relegando il Campidoglio a simbolo di una grandezza più che mai insignificante.

Non per altro la Camera Apostolica istituì il Governatorato della Sabina (1605) con sede stabile a Collevecchio, mettendo sotto la propria giurisdizione località camerali, castelli e feudi, fra i quali Magliano, come luogo baronale del Comune di Roma; di fatto il vero potere era nelle mani degli ecclesiastici che, grazie ad Innocenzo XI (1676-1689), potevano ora partecipare al Consiglio Generale della Città, seppure con voto consultivo.

Ma neanche il potere ecclesiastico poteva frenare la galoppante crisi economica cadenzata da carestie continue nella seconda metà del XVII secolo (’44, ’55, ’71, ’79, ’86 e ’97), e le ondate epidemiche, che devastarono i territori dello Stato della Chiesa. «Dicono le antiche cronache che durante la pestilenza del 1686, i capi di Magliano Sabina mandarono a prendere una soma d’acqua del pozzo di san Francesco presso il Sacro Speco di Narni, la distribuirono in bicchierini alla popolazione e la peste scomparve».

I poveri nel contado vivevano nella miseria più cruda. E l’ormai non più ricca Città di Magliano vede diminuire i generi di panificazione, in quanto si delimitano le superfici coltivate, sostituite da campi a pascolo, dove si assiste al trionfo delle greggi vaganti. A sottolineare quali gravi problemi aveva portato l’abbandono dei campi coltivati, testimoniato dal fatto che nel 1673 il Comune decide di cacciare tutti i porci vaganti dal territorio comunale. I limitati appezzamenti ancora produttivi, in genere di legumi o di poco altro, venivano invasi da mandrie, che devastavano ogni possibile raccolto, lasciando alla fame la povera gente. Un documento dell’epoca fotografa con poche parole le miserrime condizioni dei maglianesi: «Ha questa Città, oggidì per le miserie de’ tempi, assai scaduta dal suo antico splendore, e che non gli rimasto poco più altro di onore, se non quello del Trono Vescovale, il territorio non è molto fertile, né meno, per la scarsezza del popolo, molto coltivato».

Non si dimentichi che la scomparsa del porto fluviale aveva raffreddato i commerci, quasi del tutto cessati, come va ricordato che la zona è aggravata da soventi impaludamenti nella valle del Tevere: il fiume testardamente vuole ritornare nel suo antico e naturale letto, con la conseguenza di provocare febbri malefiche, epidemie malariche, malattie d’ogni sorta. Poca cosa però a confronto della gravissima pestilenza del 1656-57, che provocò a Magliano circa mille decessi. Senza addentrarsi troppo nel campo demografico si tramanda che Magliano aveva circa 3000 abitanti nel 1300, poco più nel 1400, forse aumentati a 3500-4000 nel 1500 (tralasciamo alcuni dati iperbolici tramandati da alcuni storici), per cadere in picchiata nel 1600, quando si contano 1387 anime (dato non certo, ma probabile).

Fra il 1660 e il 1672 si sopprimono la parrocchia di San Michele e di San Giovanni, e gli agostiniani, a Magliano dal XIII secolo presso il convento della Chiesa della Madonna delle Grazie, partono. Dal 1675 vengono sostituiti dai padri della Mercede. A livello istituzionale basti riferire che il Capo priore, Plinio Francellini, invia una lunga serie di lamentele sullo stato della comunità alle autorità preposte e, invece di inviare il bilancio del Comune, manda l’elenco dei debiti. Il secolo si chiude nel segno della carestia, e si istituzionalizza una nuova categoria sociale: i Miserabili della Città di Magliano in Sabina, che non potevano neppure beneficiare del Monte Frumentario, appositamente istituito per il loro soccorso, in quanto i magazzini erano completamente vuoti di grano. Ed è tutto dire!