Ponte Felice e il Tevere, storia di un disastro

Necessità volle che, non essendoci da Ponte Milvio fino alle zone dell’Alto Lazio ponti che permettessero il superamento del Tevere fra l’una e l’altra sponda, si dovesse costruire un ponte per ovviare a tanto inconveniente. Il problema non fu di facile soluzione e si prospettava piuttosto complesso: o riattivare il Ponte Minucio (Pile d’Augusto, presso l’attuale stazione di Gallese) che conservava ancora i suoi piloni; o riattare quello sotto Orte; o costruire un altro ponte ex novo nella zona di Otricoli, più a valle sotto Magliano.

Dopo diverse diatribe e polemiche tra i sostenitori dell’una o dell’altra soluzione, Sisto V, alla storia Felice Peretti, decise il 29 aprile 1589 sugli “Avvisi di Roma” – specie di giornale manoscritto che si pubblicava due o tre volte alla settimana – con queste parole: «Si sono mandati architetti et ingegneri a pigliare il disegno del nuovo ponte che il Papa vuol fare al Borghetto per il camino di Loreto… ».

Chi fu a convincere il papa? Forse il ricordo dell’episodio della sua vita, quando ancora monaco francescano, dovendo d’urgenza raggiungere Roma, s’imbatté in un “barcarolo” che, lui frate a corto di denaro, non volle traghettare nell’altra riva del Tevere se non prima di avergli preso per pegno il suo breviario? E magari, come la memoria popolare narra, promise vendetta dicendo al “barcarolo”: «Quando sarò Papa farò un ponte sotto il quale ti farò impiccare». Alcuni ferri infissi sotto il ponte si additavano a testimonianza del luogo d’esecuzione del barcaiolo. Questa leggenda ha resistito fino ai bombardamenti dell’ultima guerra mondiale, quando il ponte fu parzialmente distrutto dai bombardamenti degli Alleati.

Oppure ben altri e più seri motivi convinsero quel papa a propendere per la costruzione del nuovo ponte? È il caso di dire quali interessi ruotavano intorno a questo “affare di Stato”. Forse i retroscena li poteva sapere bene l’architetto Domenico Fontana che progettò di costruire il ponte all’asciutto, di scavare un nuovo alveo per forzare le acque del Tevere a passarci sotto ed, infine, di sbarrare il vecchio letto perché queste fossero costrette a fluire nel nuovo. Un gioco da ragazzi… Ma purtroppo da ragazzi non fu, e lo sanno bene coloro che dovettero portare a termine l’opera quanti guai si procurarono per attuare il progetto.

Già dieci anni dopo l’inizio dei lavori una commissione di esperti riferisce in Campidoglio: «… andassimo a Magliano e vedessimo il grave danno che fa il Tevere con magnare sotto la loro terra, a voler pigliare altra strada che sotto il ponte novo che se fa, con gran pregiuditio della loro Città e di Roma. Fu resoluto dalli Signori gentiluomini e periti nostri che se facesse una gabbionata e passonata o barche o cassoni, come meglio parerà a chi ha questa cura particolare, a ciò il Fiume corra per lo corso destinatovi». Certamente la soluzione non diede risultati accettabili.

Di buona lena nel 1603 papa Clemente VIII completò splendidamente l’opera incanalando le acque in un nuovo alveo, allo scopo che esse scorressero sotto le quattro magnifiche arcate; comunque, nei trent’anni successivi le indomite acque del Tevere, non sentendo ragioni, cercarono di riprendere il loro antico corso. Questa volta Urbano VIII, con uno sforzo finanziario iperbolico, fece costruire enormi palizzate, sì che questa volta le acque furono domate.

Passando per la Flaminia, dopo Francellini in direzione sud verso Borghetto, sulla destra, si ha modo di osservare uno strano monumento, detto “Memoria Urbana” a ricordo di questa vittoria e del papa Urbano VIII. In questi casi non mai troppo presto per cantare vittoria. Non furono sufficienti 195.065 scudi, vale a dire il triplo di quanto era costato il ponte, ad arginare le acque del Tevere perché ancora nel 1700 il fiume non si trovava comodo nel suo nuovo letto, formando acquitrini che provocarono molte epidemie malariche.

C’è dell’altro a proposito delle palizzate che furono costruite per arginare le acque. Un editto così detta: «Che nissuno di qualsiasi stato, grado o conditione… ardisca… rubbar pali, chiodi, catene, guide o filagne…».

Che succedeva mai? Sembra che nottetempo alcuni destruttori et derobatori si avvicinassero con le catene alle palizzate e portassero via grossi chiodi, catene, reti e addirittura travi mastodontiche, tanto che il guardiano, il sovraintendente ai lavori e l’architetto avevano l’autorizzazione di lavorare con l’archibugio a tracolla, pronti a sparare a chi ardiva sottrarre materiale. Non era uno scherzo!

Ben altre ragioni spingevano i maglianesi a simili arditezze: di fatto non volevano che il Tevere si allontanasse tanto dalla loro “città”. È evidente, quindi, che cercassero con ogni mezzo di rendere difficile la conclusione dell’opera. A ben ragione se si pensa ai danni che subirà negli anni futuri la comunità maglianese da questa sciagurata operazione: perse il porto fluviale, detto “Porto d’Arno” presso Pomponio-Arboreto, fonte di ricchezza grazie ai transiti commerciali, e le epidemie malariche decimarono la po­polazione.

Da questo momento si innesca un’inesorabile decadenza di Magliano fino al 1860, anno in cui entrerà nel Regno d’Italia.

2 commenti

  1. Lucio Consiglio 9 Luglio 2020 a 11:50

    Bravo Guido
    Mi aspetto una descrizione dei sotterranei di Magliano un caro saluto Lucio

  2. Gianfranco Latini 9 Luglio 2020 a 16:59

    GRAZIE MAESTRO SEMPRE ARGOMENTI INTERESSANTI, UN SALUTO AL PROSSIMO ARGOMENTO

Commenta

La tua email non sarà pubblicata.


*


Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.